mercoledì 16 dicembre 2015

Umberto De Angelis

Una caratteristica particolare di noi tarantini, che ha radici nei secoli, e in particolare di noi confratelli del Carmine è quello di essere residenti, per varie necessità, non solo a Taranto ma sparsi in tante altre città italiane, europee ed extraeuropee. I “confratelli fuorisede”.

Gli studi , il lavoro, le scelte di vita e di famiglia, hanno portato e portano alcuni di noi lontano dalla nostra Taranto, amata, ferita, spesso criticata, mai curata abbastanza per guarire, ma sempre viva ed emozionante per tutti, anche per i forestieri che la vedono per la prima volta.

In particolare ritornando in città per le feste natalizie, per la Settimana Santa o in estate per la festa della Titolare, per i confratelli lontani, ma anche per chi si allontana per alcuni giorni, la sensazione è come quella di una pila che si connette ad un caricabatterie: “assorbiamo energia, ci ricarichiamo”.
Superate le zone industriali, salendo sul Ponte Punta Penna o scendendo dal Cavalcavia, riconoscendo subito il profilo della Città Vecchia, dei suoi palazzi, delle torri della zona nuova, del Mar Piccolo, magari dopo un lungo viaggio, si sente quel dolce brivido, si immaginano i profumi della buona cucina e quel “calore di casa”.
Quanti fuorisede conosco e ho conosciuto, io stesso con la mia famiglia per tanti anni sono stato un “confratello lontano” e allora non esistevano tutti questi mezzi di comunicazione (social) che avvicinano (ma, se usati male, purtroppo alcune volte allontanano) e ti fanno sentire sempre connesso con tutti.

Noi confratelli vicini e lontani nell’intimo siamo e saremo sempre “in pellegrinaggio” portando con noi la nostra grande devozione per la Madonna del Carmine e per il suo Amato Figlio, i nostri valori, le tradizioni e il messaggio forte di pace e di accoglienza della nostra famiglia carmelitana.

Nelle realtà sociale che ognuno di noi vive parliamo spesso di “casa confraternita”, di noi, delle nostre tradizioni e dei nostri Riti della Settimana Santa. Più che mai in questo periodo di diffidenza e di paura degli altri, di chi non si conosce, del “diverso”, possiamo e dobbiamo essere operatori di pace.

Ricordando le parole di S. Giovanni Paolo II pronunciate nel lontano 1978 che riecheggiano nelle mie orecchie: “…Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! …” mi piace immaginare che noi confratelli e consorelle, ovunque nel mondo, in particolare proprio in questo anno giubilare che inizia il giorno dell’Immacolata, siamo proprio lì a spingere per aiutare l’apertura di quelle porte… anche per tutti coloro che vivono nella paura e nella diffidenza.

Proprio in questi giorni inoltre Papa Francesco ha ribadito con forza nell’udienza generale, dopo i tragici eventi luttuosi di Parigi: "Per favore niente porte blindate nella Chiesa, niente, tutto aperto", e in occasione dell’inizio del prossimo Giubileo della Misericordia: "se la porta della Misericordia di Dio è sempre aperta anche le porte delle nostre chiese, delle nostre parrocchie, istituzioni, diocesi devono esser aperte perché così tutti possiamo uscire a portare questa Misericordia di Dio”.

Non è un compito facile, ma questo grande appello ci deve ancor più impegnare come confratelli e consorelle a portare moderazione, comprensione, amore. Questa ritengo sia l’unica via percorribile per smorzare i conflitti e superare le incomprensioni.

“Servono ponti non muri”, anche in queste poche parole il Papa ci ha evidenziato la necessità di non chiudere i cuori, ma di aprirli e costruire quei “ponti” che favoriscano l’incontro delle persone e delle culture differenti.

Solo così potremo superare i momenti difficili come quelli che stiamo vivendo in questo periodo e prepararci a celebrare le festività di Natale con maggiore fiducia.

Auguri a tutti.