venerdì 15 maggio 2015

Luciachiara Palumbo

Ho chiuso gli occhi per un momento mentre il vento tiepido di Maggio graffiava il collo nudo e scompigliava i capelli.

Ho chiuso gli occhi per un momento mentre la banda in lontananza suonava a festa. Ho forse sognato per un istante, la mente ha viaggiato e con lei il cuore. Le medaglie battevano sulle ginocchia e quel suono massiccio si faceva di nuovo largo tra la folla. Sarei voluta restare ad occhi chiusi, avevo paura che sarebbe svanito tutto ma i luoghi parlano e le emozioni restano. Lo sguardo punto dal freddo è caduto su quell'angolo dove in quella notte, avvolta nella sciarpa, cercavo di nascondermi tra la gente che mi precedeva, per soffrire meno il gelo. 

Ho rivisto delle mani familiari che mi prendevano il volto per riscaldare le orecchie, il naso e per coprire gli occhi arrossati. Il sorriso è comparso sulle labbra sentendo la troccola attraversare il ponte, osservando di nuovo i miei perdoni che facevano attenzione a non incastrare il bordone nelle fessure. E quel silenzio, quel misterioso silenzio mescolato con le lacrime ha avvolto quella scena che a me, in tutta la sua semplicità, ha allargato il cuore. 

Il Cristo all'orto piano piano veniva abbassato e con immensa cura, l'angelo dal destino crudele tra le mani veniva adornato nuovamente con le ali. Il vento allora si era placato e nel buio di una notte di passione, la luna, bella più che mai, si rifletteva tra le onde del nostro mare.

A braccia conserte sulla Ringhiera la sera prima avevo osservato le lucine della rimessa delle barche e delle case lontane… Un quadro noto, un quadro da "Mistero e sgomento". Per tutta quella via, avvolta solitamente dal rumore delle auto, si diffondeva invece la voce del mare che sbatteva sulle coste e faceva oscillare le barche. 

A passo svelto poi mi ero diretta verso San Cataldo dispiacendomi di non poter vedere le statue nel bagno di folla di via Garibaldi. Ogni tratto percorso, però, non risparmiava l'emozione. Dall'alto dell'altare, mentre cantavamo le ultime ore di Cristo, il portone della Chiesa si era spalancato. Tutti i coristi avevano abbandonato le loro postazioni per vedere lo spettacolo più bello che nei miei diciassette anni abbia mai visto. I palazzi antichi , abitati da generazioni e generazioni di tarantini erano la scenografia ideale. 

Tra di essi i Misteri oscillavano ed il buio di un'isola abbandonata a se stessa veniva rischiarato dalle candele delle otto statue. La visuale era libera e sporgendosi si riusciva a vedere anche la Sindone che si trovava alla fine della piazza. Le marce imponenti riecheggiavano e smuovevano l'animo addormentato di una Taranto scordata.

Ho riaperto gli occhi ed un arcobaleno di congreghe sotto le luminarie attendeva il Santo ma gli occhi di alcuni, perso nel vuoto apparentemente, erano lo specchio di qualcosa di più grande. Ricordavano quel momento unico e lo rivivevano con nostalgia incastrandolo tra le pietre diroccate del Borgo antico… Il Borgo di Cristo.

Ph. E.Damone