martedì 28 aprile 2015

Claudio Capraro

Travi di sostegno alla nostra destra a puntellare uno stabile pericolante. Alzando la testa, in alto sopra di noi, ruderi diroccati. Un palazzo con le finestre nude, senza più infissi. Il cuore di questa città; una città ferita ed il suo cuore trafitto proprio come quello nella mano della Vergine. L’isola che l’ultima volta che ha visto passare queste statue per le sue strette viuzze era in uno stato differente dall’attuale: l’evacuazione di massa verso quartieri satellite non era ancora cominciata; la densità era parecchio più elevata; lo stato degli immobili, per quanto vetusti, sicuramente migliore di quello attuale. Siamo tornati qui anche per questo: sperando che la nostra presenza, che la presenza di queste statue possa essere la scintilla che faccia ripartire tutta Taranto a cominciare proprio da questo scoglio.

La Sindone è andata; adesso tocca a Gesù morto. Noi lentamente ci avviciniamo a vico Via Nuova.


La bara del Cristo ha cominciato la salita; pochi istanti e scompare al nostro sguardo. Le forze dell’ordine sono schierate all’imbocco della scalinata; passa solo la processione e chi è autorizzato.

La squadra degli economi e degli addetti ci raggiunge. Con gesti coordinati e con ordini decisi ognuno prende il suo posto: sdanghe, forcelle, collaboratori, ognuno sa dove andare. Entriamo nell’imbuto degli uomini in divisa e si parte. Senza sosta, senza rallentare, con la statua tenuta in mano, facendo attenzione agli spazi, ai lampioni, ai cavi sospesi. Noi a faccia avanti, i collaboratori di spalle, salendo all’indietro, “sentendo” il gradino successivo con il tallone, parlando sottovoce: “prò?”, “via!” e ancora: “prò?”, “via!” e di nuovo: “prò?”, “via!”, così per tutti i gradini. Nel silenzio solo il tintinnio dei medaglieri degli sdanghieri.

“Prò?”, “via!” e siamo in cima, con il fiato corto. Cosa è stato più difficile? Lo sforzo fisico o la preoccupazione per la statua? Sicuramente l’attenzione massima affinché la Vergine Addolorata non avesse alcun tipo di problema.

Via Duomo: alle spalle le transenne bloccano la folla adorante ed orante. Davanti il Duomo. La statua sulle forcelle, il tempo di sistemarsi velocemente: gli sdanghieri gli scapolari e le mozzette, le forcelle i papillon e le corone sulla testa. Gregucci è arrivato, ai bandisti giusto il tempo di riprendersi e si riattacca a suonare. Ricominciamo a muoverci, e quasi non abbiamo avuto modo di assaporare uno dei momenti più belli, più intimi, più emozionanti di questa processione.

Via Duomo in quel tratto è scarsamente illuminata; sono presenti poche persone: gli autorizzati e qualcuno che si è infilato. Differente da pochi minuti prima, dalla folla di una via Garibaldi illuminata. Soltanto un particolare continua ad essere lo stesso: il silenzio, il raccoglimento. Avanziamo a poco a poco, con Gesù morto davanti a noi e la Sindone ad indicarci la direzione, le altre statue non le vediamo.

La strada termina, la luce delle fotoelettriche squarcia il buio, tornano le transenne al di là delle quali sono assiepate migliaia di persone. La facciata del Duomo è lì davanti, il pavimento cambia colore dal nero dell’asfalto al bianco delle chianche. Il portale è spalancato e man mano che ci avviciniamo riusciamo a scorgere il popolo dei fedeli che affolla le navate. Sappiamo che dentro il nostro coro, il coro del Carmine, sta cantando già da un po’ i versi della via Crucis del Marinosci, ma non sentiamo ancora nulla; le note delle bande non ce lo permettono. Per cinque domeniche abbiamo ascoltato quei versi e il nostro spirito si è preparato a questo triduo. Per cinque domeniche abbiamo ascoltato quelle note e abbiamo rivissuto con le letture e le meditazioni il cammino di Cristo sul Calvario. Quest’anno c’è un sesto appuntamento. Si sta svolgendo già da un po’, adesso è arrivato quasi alla fine. Quando faremo il nostro ingresso sarà la volta dell’ultimo canto, quello che ha sempre suscitato maggiori emozioni.

Si arriva sulla soglia, dopo aver atteso qualche istante per poter creare uno spazio sufficiente con la statua davanti a noi, entriamo. E dall’organo partono le note della “Desolata”; finita l’introduzione musicale, dalla cantoria, alle spalle dell’altare maggiore, arrivano le voci melodiose del coro: “muta, trafitta, immobile, Madre dolente stai…” e proprio così Lei sta, sulle nostre spalle.

Man mano che avanziamo nella navata centrale, abbiamo modo di vedere una immagine che probabilmente nessuno dei presenti vedrà più: le prime sei statue della processione dei misteri alla nostra sinistra, sotto le colonne del tempio intitolato al Santo Irlandese. Le colonne ognuna con un capitello diverso, come ci hanno insegnato le nostre maestre quando alle elementari entravamo le prime volte in questa magnifica chiesa, in gita di istruzione.

Gesù morto avanza sulla scala a sinistra dell’altare e viene portato sul presbiterio. Avanza anche la Vergine Addolorata, che segue il suo figlio defunto.

“Ahi! Quanto o Madre amabile…” canta il coro, mentre terminata la scala e sempre con l’aiuto degli economi, facendo attenzione ad evitare tutti gli ostacoli, anche il simulacro della Vergine arriva accanto alla statua di Gesù morto e posto sul tusello designato allo scopo. Il popolo dei fedeli per tutta la durata del canto è rimasto muto; rapito da ciò che le orecchie ascoltavano e da ciò che gli occhi stavano guardando. Più di qualcuno aveva la vista annebbiata dalle lacrime. Anche noi, sia pure stanchi e infreddoliti, a metà del percorso, una volta lasciata la statua siamo rimasti fermi qualche istante, quasi come se volessimo che quel momento non terminasse più. Tra i tanti momenti da ricordare di questa storica processione, l’ingresso in Cattedrale insieme con i fedeli, i canti della Via Crucis ed in particolare il mottetto alla Desolata, il posizionare le due statue originarie, donate dai Calò, sull’altare, saranno sicuramente alcuni che resteranno nella memoria di tanti.