lunedì 2 febbraio 2015

Alessandro della Queva 

Quando si pensa ad una “tradizione” è errore comune pensare che essa sia stata sempre così, che abbia coinvolto sempre le stesse persone e gli stessi luoghi e che i gesti ed i colori siano stati sempre quelli. Così quando si pensa alle processioni della Settimana Santa nessuno di noi osa immaginarle prive di un co-protagonista essenziale: la musica.

Va precisato però che le marce funebri, così legate ai nostri riti al punto da cadenzare il lento incedere dei simboli della passione di Nostro Signore, non vantano la stessa storia delle processioni che oggi accompagnano.

Infatti fino alla metà dell’800 la Processione dei Sacri Misteri veniva accompagnata sì dalla musica ma attraverso l’esecuzione di inni sacri di estrazione classica e di composizione ed ispirazione lontana dalla città dei due mari.

La prima vera marcia funebre tarantina è da molti attribuita al Maestro Giuseppe Cacace: siamo attorno al 1850 e si intitola “Inno a Cristo Morto”.

In realtà non si esclude che in principio fosse anche cantata ma soprattutto a noi piace pensare che quel “Cristo Morto” a cui è dedicata sia proprio la statua che ogni venerdì notte i nostri confratelli nàzzecano sulle loro spalle.

Il binomio con le marce funebri ha avuto inizio da quel dì; di seguito la storia dei complessi bandistici ha vissuto periodi più floridi alternati a periodi di maggiore difficoltà raggiungendo, fino ad ora, il suo massimo splendore negli anni ’50 quando nella sola città si contavano ben 10 complessi bandistici in attività.

Oggi il repertorio a disposizione dei maestri, dei musicisti e dei confratelli è molto vasto e talvolta anche di difficile esecuzione; molte composizioni portano la firma di autori tarantini o di musicisti che a Taranto hanno lavorato rimanendo folgorati dai nostri riti.

Per la maggior parte di noi quelle marce scandiscono il rito, l’uscita, la sosta, l’alba, il rientro; alleviano i dolori del corpo e sollevano gli umori dello spirito. Sebbene il cappuccio ci riduca la vista per fortuna non ci impedisce di ascoltare le note delle nostre emozioni, dei nostri ricordi, dei nostri sentimenti… della nostra passione.